La realtà dietro al “colle”.

Cosa potrebbe celarsi  alle spalle di un ostacolo (naturale o artificiale) che nasconde l’orizzonte alla nostra vista?

Tutti (o almeno si spera) ricordano la poesia di Giacomo Leopardi, L’Infinito. In quell’Idillio, il poeta marchigiano narrava di una realtà altra che si cela oltre il colle e la siepe “che il guardo esclude”: azionando il meccanismo della creatività come solo un grande poeta potrebbe fare, si odono “sovrumani silenzi” e si ammira una “profondissima quiete”. Ciò che colpisce di questa poesia è sicuramente il senso della misura che Leopardi attribuisce a concetti astratti, quali il silenzio e la quiete avvalendosi degli aggettivi sovrumano e profondo; queste “misure” sono così dilatate e ampie che alla fine convergeranno verso un qualcosa che va oltre la comprensione del poeta stesso: l’infinito appunto, che può essere inteso anch’esso come “misura” applicata dall’immaginazione nel momento in cui l’individuo viene posto dinanzi ad una realtà che non può essere spiegata, oppure che si può vedere solo parzialmente, o ancora che non si vede affatto. A sua volta, l’immaginazione per essere espressa con le parole, con un disegno, con una scultura o in qualsiasi modo si voglia, deve avvalersi di uno strumento fondamentale a cui si è fatto riferimento all’inizio del post: la creatività.

Digitando la parola creatività sul sito della Treccani alla sezione Vocabolario, si genera una definizione da cui emerge un punto molto interessante che recita testualmente: “capacità di sintesi e di analisi, capacità di definire e strutturare in modo nuovo le proprie esperienze e conoscenze”. Tutti sono in grado di immaginare, ma non tutti sono in grado di esprimere il loro pensiero in maniera creativa.  

Per essere creativi bisogna essere artisti?

Non è sempre così.

Se si dispone degli strumenti necessari per poter strutturare le proprie idee, si può produrre qualcosa di bello sia dal punto di vista della forma sia dal punto di vista dei contenuti e non è necessario essere degli artisti per farlo. Di sicuro è necessaria un’educazione alla creatività per consentire a tutti di esprimere la loro immaginazione e dare il giusto sfogo alla propria fantasia. E questo spunto lo si può cogliere proprio dalla poesia di Leopardi, il quale per mettere in atto il suo processo creativo fa una cosa semplicissima: pone fra sé e l’orizzonte una barriera; questo lo può fare chiunque. Seguendo il suo esempio, di seguito sono riportati tre elaborati grafici realizzati rispettivamente da un bambino di cinque anni, da un illustratore e dall’autore di questo post, che si sono trovati realizzati mentre ammiravano il panorama che si vede nella foto sottostante. Ad ognuno di loro, inoltre è stato richiesto di rispondere ad un determinato quesito.

Siepe

Bimbo di cinque anni.

 << Cosa c’è nascosto dietro quegli alberi? >>

Il bimbo ha risposto di impulso: << Una montagna!>> ed effettivamente non aveva tutti i torti, in quanto dal margine in basso a destra della foto suggerisce una certa forma. Così gli è stata data in dotazione una matita ed un foglio: ha cominciato a disegnare una collinetta e poi una casetta posta alla sua sommità. Fortunatamente, la natura è venuta incontro alla sua stimolazione visiva: infatti mentre disegnava in giardino, è sbucata un’ape di notevoli dimensioni che lo ha molto impressionato. Quindi ha immaginato che in questa casetta nascosta dietro gli alberi, ci fosse un anche giardino in cui crescono delle margherite giganti, dove vanno a posarsi queste api enormi per la raccolta del polline. Ne è scaturito un elaborato fortemente connesso al territorio in cui è stato concepito, che ha permesso di creare una variante molto divertente di uno degli stereotipi tipici dei bambini di quella fascia d’età (la casetta sulla collina).

Agostino

Illustratore.

La stessa domanda è stata posta ad un bravo illustratore, Michael Passalacqua (qui c’è il suo sito), a cui è stato dato un altro tipo di indicazione: produrre un elaborato grafico estemporaneo, cercando di conservare le chiome degli alberi come riferimento formale. Anche qui il risultato è molto suggestivo: secondo Michael quelle folte chiome di pino nascondono un grosso rettile. Bisogna premettere che Michael ha lavorato direttamente sulla foto inviatagli via mail, in quanto non residente nel luogo in cui è stato condotto questo “esperimento”.

Michael

Autore del post.  

L’autore di questo post conosce perfettamente cosa si cela alle spalle dei pini, motivo per cui il suo elaborato grafico è stato realizzato nell’intento di svelare l’arcano. Nel farlo sono stati tenuti in considerazione i seguenti punti:

  1. Conservare la forma delle chiome alberate come elemento decorativo della composizione;
  2. Lavorare con la tecnica del collage;
  3. Inserire elementi che facciano riferimento (in maniera astratta o concreta) alla natura di ciò che si vuol rappresentare, raccogliendo immagini che appartengano al panorama della storia dell’arte.

Dato che alle spalle di quei pini si nasconde un grosso vulcano, meglio conosciuto come Vesuvio, la soluzione formale dell’autore è ricaduta sulla scelta di un’immagine molto famosa della storia dell’arte, realizzata da un pittore altrettanto famoso: Vesuvius di Andy Warhol. Il collage vero e proprio è stato realizzato in digitale, usando un programma di fotoritocco.

mio

In conclusione.  

La creatività coadiuvata dagli strumenti giusti, consente di stimolare l’intelletto umano in senso positivo e può dar luogo alla produzione di concetti che seppur non originali nella forma, risultano essere validi dal punto di vista contenutistico e sono in grado di sviluppare senso critico. Per Leopardi non è stato difficile calare il suo immaginario (immerso com’era) nella natura. Ma che fare quando gli individui vivono nelle città o in periferia dove la maggior parte delle volte ogni angolo dell’orizzonte è nascosto alla vista dal grigio cemento? In quel caso bisogna stimolare le persone a guardare oltre, ma senza discostarsi troppo dalla storia del territorio e dalla sua forma. Lo stimolo deve avvenire attraverso precise linee guida; in questo modo il territorio verrà visto e vissuto in un altro modo rientrando così nel concetto di bene comune e non più freddo contenitore di vite.

Ma chi ha il ruolo di stimolare la creatività?

L’educatore. Ma lo sviluppo di questo argomento necessita un post a parte.

La riflessione.

Questo post si chiude con una riflessione che può definirsi “aperta” in quanto l’ultima parola spetta al lettore; proprio a quest’ultimo l’autore pone questa domanda: quale realtà esiste dietro il colle (albero, montagna, palazzo, grattacielo o anche il nulla) del vostro quartiere/territorio quando guardate fuori dalla finestra?

PaGiuse

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8 comments

  1. Ciao Giuseppe,
    Sono felice di aver scoperto il tuo blog.

    Ciò che mi ha colpita è questo tuo primo post: un ottimo contenuto, dico davvero! La riflessione che proponi è stimolante e, grazie al tuo esperimento, leggerla è stato avvincente.

    Ora, se me lo consenti, proverò a rispondere alla tua domanda. Quando chiedi se per essere creativi si debba necessariamente possedere doti artistiche, la mia risposta è decisamente no!

    Ritengo che la creatività sia un’attitudine mentale che sviluppiamo negli anni. Una capacità che ci permette di guardare alle cose andando in profondità.

    La creatività, poi, possiamo esternarla in vari modi e tempi. Non solo nella parola scritta o nella pittura, per esempio. Ma anche nel modo in cui scegliamo di affrontare la vita.

    Ora vengo al dunque. Se mi chiedi cosa si nasconde dietro la fila intermittente di tetti che si intravedono dalla mia finestra, ti rispondo così: la vita. Tante esistenze che coesistono nello stesso spazio e tempo, ma che fluiscono parallele. Alcune di esse si sfioreranno per qualche istante. Altre si legheranno indissolubilmente. Altre ancora continueranno imperterrite senza mai conoscersi.

    Come rappresenterei tutto questo? Con un veloce schizzo a mano libera. Forse opterei per del carboncino, a dire la verità. Quale forma assumerebbe la vita? Tante foglie in viaggio verso un terriccio lontano.

    Banale e scontato, forse. Maledettamente rappresentativo dell’essenza stessa della mia visione: la semplicità.

    Complimenti ancora per il post, spero di tornare a leggerti presto.

    1. Ciao Cristiana,
      Sono felice che tu abbia letto questo post!
      Ti ringrazio per i complimenti!
      Per quanto riguarda la tua “visione dietro al colle”, posso dire che non c’è nulla di banale e scontato nella semplicità.
      Anzi in un mondo dove tutto è complesso e complicato, guardare alle cose in maniera semplice è un dono.
      Inoltre è proprio così che si ragiona nelle tecniche di disegno: le forme vanno semplificate, perché solo così si può esprimere meglio l’idea di ciò che si vuol rappresentare ( e non è un caso che per farlo in genere si usi proprio il carboncino!).
      Dall’idea semplificata poi, si costruisce il decoro più elaborato, le forme più eleganti e tanto altro ancora.
      Ma lasciando perdere i tecnicismi e tutto il resto, devo dire che il tuo commento mi ha fatto pensare subito ad un grande protagonista della pittura degli anni venti del Novecento: Paul Klee, con la differenza che quest’ultimo dava sempre un colore a tutto (o quasi tutto).
      In particolare c’è una sua opera del 1926 che si intitola “Idillio suburbano”, che sembra essere molto affine al tuo pensiero e non è un caso che la parola Idillio sia il fil rouge che colleghi tutte queste argomentazioni: “L’Infinito” di Leopardi appartiene ad una raccolta il cui nome è per l’appunto “Idilli”.
      Ma cos’è un Idillio? Il mio vecchio manuale di letteratura dà una risposta molto semplice ed esaustiva: “Idillio in greco, è un piccolo quadro, una visione gentile di vita campestre, un omaggio alla natura”.
      Dato che oggi nelle nostre città di natura ne è rimasta ben poca, si potrebbe pensare che l’Idillio è lo strumento di cui noi ci serviamo per recuperare la nostra idea della natura, dove la reinventiamo, la rielaboriamo facendo nostro il concetto di “Bello”, che poi viene espresso attraverso un semplice quadretto il quale, come dicevi tu Cristiana, può rappresentare il modo in cui si affronta la vita.
      Come vedi, la semplicità non è mai banale e scontata!
      Un caro saluto
      PaGiuse

  2. Ciao PaGiuse,
    mi conosci già 😉

    Non avevo mai riflettuto sulla questione dell’essere creativi. Credo tu abbia ragione: non bisogna essere artisti per essere creativi, ma credo che bisogni essere creativi per essere artisti.

    Sono curioso di leggere il post sullo sviluppo della creatività. Secondo me esistono persone creative e persone non creative. Non so se la creatività possa essere stimolata.

    1. Ciao Daniele,
      Sono onorato della tua presenza nel blog 🙂
      E sono ancor più contento di essere io stavolta a “controbattere” ad un tuo commento!
      Operando nel campo della didattica dell’Arte, credo che tutti gli individui possano essere stimolati alla creatività. Questa convinzione, non rappresenta un assioma, ma è semplicemente una mia ferma convinzione utile a stimolarmi ed andare avanti in periodo abbastanza difficile della mia vita, in cui tutto si mette in discussione e c’è la perdita delle certezze.
      La convinzione da sola comunque non basta; nel lavoro che ho svolto (e che spero di continuare a svolgere) ho avuto dei riscontri che mi fanno ben sperare nella volontà delle persone.
      Ovvio però, che bisogna calarsi nel contesto, ricercare il linguaggio giusto in modo da essere comprensibili, com’è ovvio che non tutti diventeranno dei creativi.
      A me interessa stimolare, far prendere coscienza alle persone (anche se devo ammettere che con i bambini è più facile), che può esserci una nuova dimensione del concetto di “Bello” semplicemente operando un cambiamento del punto di vista, proprio com’è successo con me.
      Camminare in una città grigia e riflettere sul fatto che quel determinato palazzo potrebbe essere di questo o quel colore, o anche il fatto di riconoscere semplicemente che sia brutto, per me già vuol dire molto perché significa essere coscienti del proprio territorio.
      La mia è un’idea di “cultura attiva” utile a fornire gli strumenti critici necessari per acquisire la consapevolezza non solo di se stessi, ma anche di ciò che gli altri hanno fatto per noi (nel mio settore specifico mi riferisco agli artisti ovviamente).
      Non è un caso che nel 1912 Picasso in una sua opera realizzata con la tecnica del collage, usi la carta di giornale (Violino), motivo che la rende fondamentale nello sviluppo delle tecniche artistiche (ho in cantiere un post che fa riferimento a quest’opera).
      Se gli strumenti della creatività sono utili a fornire metodo critico ad una persona, vuol dire che l’obiettivo è stato centrato: l’essere artisti è già un procedimento diverso, perché l’artista di per sé ha a disposizione tutti gli strumenti necessari per essere critico (in maniera costruttiva, ovviamente) nei confronti della realtà che lo circonda. Questo gli consente di andare oltre la convenzionalità, producendo cose che noi (comuni mortali) definiamo geniali.
      Comunque seguirò il tuo consiglio: farò un post/recensione su un libro che ha cambiato il mio modo di vedere le cose, allo stesso modo di come i Led Zeppelin hanno cambiato la mia vita.
      Il libro in questione è “Fantasia”, scritto dall’artista onnisciente Bruno Munari (1907-1998) e di cui consiglio vivamente la lettura.
      Quindi rimando il resto della discussione al post che ne seguirà.
      Grazie per il tuo tempo Daniele e grazie per il tuo blog illuminante.
      Un caro saluto
      PaGiuse

  3. Ciao PaGiuse,

    ho letto d’un fiato il tuo poMolto stimolante la tua riflesisone sulla creatività che secondo me sta proprio in quell’Infinito oltre la siepe. UN infinito non prestabilito. La siepe è “data” ma dietro si cela un universo di infiniti possibili.
    La mia siepe , io opero nel settore metalmeccanico, è costituita da vasche piene di metallo fuso..e da quelle vasche cerco di narrare il mio “inifnito”.

    DA oggi ho un ottimo blog da seguire. Aspetto il tuo prossimo post.

    Complimenti.

    1. Gentile Roberto,
      Hai perfettamente ragione! Il dono della sintesi è una cosa che proprio non mi appartiene e mi scuso per questo. Mi ero promesso di non superare le 800 parole e invece sono arrivato credo a 1.039 (e ho sfoltito tantissimo).
      Ma sono contentissimo che nonostante ciò, il messaggio sia arrivato o, per meglio dire, ti abbia suggestionato.
      Quando scrissi questo post non credevo che potesse essere letto da più di una persona e invece… i fatti mi hanno dato torto (per fortuna).
      Interessante il discorso delle vasche di metallo fuso dove crei la tua narrazione, anzi ti dirò di più: se hai tempo e voglia (non so, magari lo fai già) raccogli tutte queste suggestioni che percepisci all’interno della fabbrica e creala per davvero una narrazione.
      Puoi disegnarla, scriverla, farne un quadretto, qualsiasi cosa ti passi per le mente: poi la condividi con le persone che ti stanno accanto, magari qualche tuo collega dopodiché ti fai raccontare la sua storia, o meglio la sua percezione della fabbrica.
      Potrebbero uscir fuori delle cose interessanti.
      Il prossimo post è in cantiere e sarà una sorta di prosecuzione di quanto detto finora.
      Ti ringrazio per i complimenti, hai reso la mia giornata decisamente migliore!
      Spero di fare sempre meglio.
      Un caro saluto
      PaGiuse

      1. In effetti è un lavoro che sto portando avanti sul mio blog. Se avrai voglia e tempo potrai darci un occhio. Non mi andava di inserire nessun link perchè ho vluto che il focus del mio commento rimanesse il tuo blog e non il mio. Complimenti ancora

      2. Certo che ne ho la voglia e il tempo me lo faccio uscire 🙂
        Inoltre, un attimo dopo averti risposto mi sono accorto del tuo blog quindi, non potevo chiedere di meglio!
        Ti ringrazio ancora!
        Buon prosieguo di giornata!
        PaGiuse

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