Anche le pietre parlano.

Bisogna solo trovare il modo di “ascoltare” le loro storie, attraverso le tracce che ci lasciano…

Trovarsi a camminare per le strade di un’area archeologica è sempre molto emozionante.
Camminare tra antichi ruderi, vecchi templi e tronchi di colonne permette di compiere un balzo nel passato, anche se sarebbe più corretto dire che è il passato che cerca di sopravvivere al futuro, insinuandosi nel presente.
Non sempre ci riesce, perché deve fare i conti con il tempo, che trascorre inesorabile e che prima o poi consuma, deteriora, ingloba dentro di sé ogni traccia della storia visibile, quasi avesse sempre fame.
Ma si sa, il tempo è galantuomo.
Il suo metabolismo è lento al punto tale da concedere all’uomo un grande vantaggio: tutelare il suo passato, preservare le tracce della storia, renderle fruibili alle future generazioni e quelle successive ancora.

Il tempo è galantuomo.
L’uomo, non sempre.

Per quanto paradossale possa sembrare, in un paese come l’Italia che presenta un’alta densità di “materiale culturale”,  la tutela del patrimonio artistico, ambientale e culturale è una priorità relegata ai gradini più bassi dell’amministrazione pubblica.

Quindi qualche volta può succedere che crolli un’antica Domus dei Gladiatori, oppure che un custode di uno dei monumenti più importanti al mondo decida di interrompere l’esecuzione di un concerto  musicale, perché “si rischia di andare oltre l’orario di  chiusura”.

Il tempo è galantuomo.
L’uomo, decisamente no.

Ma questa è un’altra storia, che merita un altro tipo di attenzione.

Domus dei Gladiatori in frantumi, Pompei 2010.

Domus dei Gladiatori in frantumi, Pompei 2010.


Ascoltare: cosa e come?

Tornando di nuovo a ripercorrere i viali e le stradine del sito archeologico (almeno idealmente), la domanda sorge spontanea e legittima: cosa spinge le persone a visitare dei ruderi?

Perché è di questo che si tratta: ruderi che hanno perso ogni funzione statica e decorativa (salvo in alcuni casi) e che permangono nel tempo, testimoni di un passato che non vedrà più la luce.

Nonostante tutto, persone da tutto il mondo si recano nei più svariati siti archeologici come fosse una sorta di pellegrinaggio; una di quelle cose da fare almeno una volta nella propria vita.
Probabilmente oltre alla testimonianza di antiche civiltà di cui questi ruderi sono manifesti, le persone nutrono anche il desiderio di “sentire” ed immaginare le storie che queste “quattro pietre”  sono in grado di raccontare.

Non è un caso infatti che durante una visita guidata, si levi alta una voce dal coro che dice: << Questo posto è magico. Qui anche le pietre parlano >>.

Recitata l’ermetica frase, l’intellettuale di turno si siede su un tronco di colonna, scruta l’orizzonte e resta chiuso in una coltre nube di pensieri, impenetrabile ai più.

L’intellettuale di turno nel pronunciare questa frase ha fatto due cose:

  1. Ha stabilito una distanza abissale tra quello che lui sa e che gli altri  “seppur sapessero non potrebbero mai  comprendere”  perché turisti , visitatori occasionali, comunque persone che non sono della sua stessa levatura culturale e morale.
  2. Non volendo ha suscitato la curiosità dei suoi abbietti interlocutori che sicuramente penseranno: “Ok, ma se le pietre parlano, cosa potranno mai raccontare?”. Ovvio che nessuno osa formulargli questa domanda, perché costituirebbe un insulto alla sua intelligenza.

Mettendo da parte l’intellettuale di turno che si crogiola nel suo infinito sapere, qualcuno potrebbe provare a mettere in pratica un piccolo esercizio utile a stimolare la creatività delle persone normali, propedeutico a creare delle micro-narrazioni ispirate proprio da quelle pietre che hanno sì tanta voglia di parlare, ma che solo in “pochi” riescono ad ascoltare.


L’esercizio.

Per far sì che una pietra possa “parlare” e raccontare la sua storia, può venire in aiuto una tecnica molto usata nel periodo surrealista, reintrodotta da uno degli artisti di punta del succitato movimento, Max Ernst (1891-1976): la tecnica in questione è conosciuta con il nome di Frottage.

Foto di Max Ernst e di alcuni dei suoi Frottage. http://www.moma.org/search/collection?&page=1&query=frottage

Foto di Max Ernst e di alcuni dei suoi Frottages visibili sul sito del MOMA.

La tecnica è di per sé molto semplice, quanto d’effetto: per metterla in pratica è necessario avere a disposizione un foglio bianco, una matita (o anche pastello a cera), ed una superficie ruvida o che presenti dei rilievi.

Il foglio va poggiato sulla superficie ruvida, dopodiché si procede a sfregare energicamente il pastello su di esso.

Procedendo in questo modo sul foglio viene impressa la traccia della superficie in rilievo, generando così una trama o texture.

L’autore del post, si è “divertito” ad imprimere la traccia di una grossa pietra muraria su di un foglio extra strong.
In seguito, con la tecnica del collage fotografico, ha applicato  due sagome dalle forme molto elementari, scherzando sul tema del lavoro a cui erano costretti gli scalpellini dell’antichità per la  realizzazione di una colonna.

Un esempio di narrazione scaturita dal Frottage realizzato su una pietra muraria.

Un esempio di “narrazione” scaturita dal Frottage realizzato su una pietra muraria.

Ne scaturisce così una piccola narrazione dell’antichità dal carattere ludico.

Immaginare di poter fare un esercizio del genere all’interno di un sito archeologico, con un’area ovviamente predisposta e attrezzata per l’occasione, renderebbe la visita molto più stimolante e soprattutto si verrebbero a creare tante piccole storie, che magari potrebbero contribuire alla costruzione di una narrazione più grande e articolata.


Conclusione.

La tecnica del Frottage, può essere un espediente molto valido per creare questo tipo di narrazioni per due motivi fondamentali:

  1. Perché viene a realizzarsi in maniera concreta il concetto di trama (texture), che si trova alla base di qualsiasi narrazione (scritta o orale).
  2. Perché si avvale ( in senso pratico) di un linguaggio consono alla pratica archeologica: la traccia.

La traccia è di sicuro una  peculiarità che contraddistingue l’archeologia: piccole o grandi che siano,  le tracce sono fondamentali per ricostruire storie e racconti che fanno parte del  passato dell’umanità.
Nel caso del Frottage, le tracce generate sono utili a far “parlare” oggetti desiderosi di  raccontare le loro storie e che sono rimasti in silenzio da troppo tempo.

 

Ringraziamenti & Riflessioni.

Questo post nasce come  forma scritta di una serie di sperimentazioni e laboratori didattici, che l’autore di questo post ha condotto con la preziosa  guida della Dottoressa Ilaria Moscato, esperta in Didattica dell’Arte e con il gruppo dell’Associazione ArticoloNove, operativo nella città di Napoli.

Alla luce di quanto scritto finora l’autore di questo post lascia la parola al lettore a cui chiede: <<In che modo fareste parlare le pietre? Quali storie possono raccontare secondo voi? >>

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14 comments

  1. Io sono da sempre innamorato dei ruderi. Da ragazzino volevo fare l’archeologo, fra le tante professioni che amavo. Mi attirano siano quelli antichi sia quelli di epoche più moderne.

    Ho sempre avuto la passione per ciò che è antico e scomparso.

    1. Ciao Daniele!
      Eh sì, i ruderi esercitano davvero un fascino incredibile, perché anche se i tempi passano, loro sono sempre lì a testimoniare trascorsi di vita molto lontani… Se davvero le pietre potessero parlare, chissà cosa potrebbero raccontarci 🙂

  2. Ciao Alessia,
    Sono felicissimo di trovarti qui a commentare 🙂
    Sì, in effetti l’idea è questa: la cultura è una cosa che appartiene a tutti.
    Sta agli educatori trovare il sistema per renderla appetibile.
    Che siano bambini, adulti, anziani poco importa: se si riesce a stimolare la curiosità delle persone, si riceve lo stesso ritorno di attenzione.
    Bisogna calarsi totalmente nei panni dei nostri interlocutori.
    Almeno questo è quello che ho imparato (e sto ancora imparando) in questa mia esperienza con l’Associazione.
    Ti auguro di trascorrere una buona giornata e grazie ancora 🙂

  3. Pure io, come Imperi, ho sempre nutrito una passione profonda per l’archeologia. Un’attrazione che è nata quand’ero bambina e che mi ha sempre portato ad osservare e vivere con trasporto quei resti che ancora oggi resistono al tempo.

    Roma è una città che, da questo punti di vista, mi ha sempre affascinata. Così come Parigi, ricca di resti che trasudano storie.

    Se devo essere sincera sono due i siti archeologici che mi hanno emozionata maggiormente: Pompei e Cartagine. E sì, forse il raccoglimento era simile a quello dell’intellettuale di turno di cui parli tu. Ma come è possibile resistere alla storia? 🙂

    Cosa direbbero le pietre se potessero parlare? Racconterebbero le storie che hanno vissuto, che le hanno viste protagoniste. In realtà si tratta di una domanda che mi sono posta molto spesso e mi sono divertita a cercare una risposta, per quanto banale potesse essere.

    L’esercizio che proponi con la tecnica del Frottage è interessante. Insieme a mia figlia la utilizziamo spesso per imprimere su carta le trame di foglie, fiori e superfici rigide, e lavorare con la fantasia per farne uscire qualcosa di nuovo.

    Tuttavia, credo che provare a rispondere alla tua domanda possa essere utile anche per chi vuole migliorare le proprie capacità di storyteller. Non sarebbe una cattiva idea, dopo aver fatto una visita a un sito archeologico, scegliere un resto che ci ha colpito e provare a raccontare la sua storia. Proprio come se fossero quelle pietre a narrarla. Cosa ne pensi?

    1. Buona sera Cristiana.
      Premettendo che le cose che ho scritto sono il frutto di esperienze che sto facendo insieme ad un gruppo di persone eccezionali e da cui sto imparando tantissimo, penso sia proprio questo il punto.

      Cercando di rispondere alla tua domanda posso dire che bisogna guardarsi bene attorno per cercare di trarre il meglio dai beni culturali.
      Viviamo in un Paese che ha un’altissima densità di opere d’Arte eppure non siamo in grado di sfruttare questa cosa, anzi lasciamo che vada tutto a pezzi.
      L’esercizio proposto serve proprio ad incentivare il rispetto che dobbiamo avere nei confronti della storia, in maniera attiva.
      L’Arte comunica e parla attraverso attraverso di noi, ma spesso si crede che questo linguaggio sia troppo complicato da interpretare.

      Creando delle semplici attività, dove tutti possono partecipare, si scongiura quel timore reverenziale che si può avere nei riguardi di linguaggio che può sembrare lontano nel tempo (e in effetti lo è).

      In sostanza questo è ciò che penso: da una storia possono nascere tante altre storie e quindi tanti racconti, quindi si arrivano a conoscere tanti punti di vista.
      Più la storia si rende “appetibile”, più aumenta lo stimolo a raccontare nuove storie, quindi i punti di vista diventano davvero originali.

      Se a questo affianchiamo anche dei sistemi originali e ludici per poterlo fare, allora il gioco è fatto 🙂

      Quindi ben venga la visita archeologica, se serve a creare nuove storie e ben venga il frottage! 😀

  4. I siti archeologici, così come i musei, raccontano davvero una storia. Che, a ben pensare, è la nostra.
    Quello che mi affascina nel visitare luoghi antichi o nell’ammirare manufatti artistici d’altri tempi è proprio quest’idea: l’idea che ciò che teniamo in mano oggi sia il frutto di un’evoluzione passata attraverso i secoli. Mi affascina pensare ai cambiamenti che sono avvenuti da una civiltà all’altra, alle contaminazioni e alla differenze tra le stesse. Trovo, ad esempio, che l’arte passata goda di una sensualità travolgente, e trovo che questa sensualità si sia poco a poco attutita con il passare del tempo, mischiandosi forse a modernità e minimalismo. Così, quando – come nella mostra che ho visitato ieri – vedo un quadro che mi colpisce in modo particolare (e quando dico “colpisce” intendo dire che mi lascia imbambolata per quanto intenso ed emozionale) mi soffermo a immaginare com’era allora e come doveva essere vivere lì, nel luogo e nel tempo in cui è stato dipinto. L’arte racconta la storia come e meglio dei libri, ed è per questo che quando camminiamo tra le rovine di un’antica civiltà o quando ne osserviamo le opere ci sembra di percepirne ancora il respiro: perché quella è storia costruita, vissuta, consumata. Storia viva.

    1. Di nuovo buonasera Giuliana 😀
      Ho letto molto attentamente il tuo commento e sto riflettendo molto su alcune cose: posso chiederti quale mostra hai visitato?
      Ti ringrazio per l’eventuale risposta ( ti ringrazio a prescindere anche se non rispondi!) 🙂

      1. La mostra si chiama “Sangue di drago squame di serpente” ed è una mostra temporanea ospitata nel Castello del Buonconsiglio di Trento. Vi sono presenti opere di diversi periodi, tra cui quadri, sculture, ornamenti, arazzi meravigliosi, armi e quant’altro. Il quadro che mi ha affascinato in particolar modo si chiama “Allegoria della lascivia”. Purtroppo non ricordo il pittore (ho fatto affidamento sulla memoria ed è andata male), ma vi è raffigurato Lucifero (al centro) che tenta un angelo e lo cinge ponendo la mano su una delle sue ali. Lo sguardo di Lucifero era… come dire… perfetto. Perverso, accattivante e malvagio al tempo stesso. Magnetico, davvero non riuscivo a smettere di fissarlo. E’ di grandi dimensioni, penso risalga al 1500-1600, ma non ne sono certa.
        Sono curiosa di conoscere le riflessioni di cui accennavi 🙂

  5. Sarei felice di vedere questa mostra, ma Trento al momento non è nelle mie corde purtroppo…
    Vedi Giuliana, non ho letto tantissimi libri (o almeno non tutti quelli che avrei voluto leggere, ma spero di recuperare), però credo di aver letto alcuni testi “giusti” .
    Il motivo della nascita di questo blog è, come dire, un’imposizione (positiva) che ho dato a me stesso nello studio e nel portare avanti le (troppe) cose che mi sono lasciato per strada a causa di eventi poco piacevoli o di interessi di forza maggiore.
    Sto divagando?
    Un po’ sì e un po’ no, ma dato che sei curiosa di conoscere le mie riflessioni te le metto per esteso (quindi se sono prolisso, è perché implicitamente me lo hai chiesto tu, non mi assumo alcuna responsabilità :D)
    La prima riflessione, in realtà è stupore: aprendo questo blog, sto ricevendo una quantità di stimoli impressionante ed è una cosa che non avevo messo in conto: devo pensare seriamente a come gestire questa cosa 🙂
    Seconda riflessione (finalmente) più pertinente al tuo commento si riferisce ad un input che mi hai dato.
    In realtà ci pensavo da un po’ di tempo, ma lo stimolo di ciò che proviene “dall’altra parte” ha un effetto catalizzante per me: e qui vengo ai “testi giusti” a cui facevo riferimento poco fa.
    Ti cito testualmente:

    “L’arte racconta la storia come e meglio dei libri, ed è per questo che quando camminiamo tra le rovine di un’antica civiltà o quando ne osserviamo le opere ci sembra di percepirne ancora il respiro: perché quella è storia costruita, vissuta, consumata. Storia viva.”

    In particolare le parole “vissuta e consumata” mettono in relazione due cose che mi appartengono:
    1) La mia formazione (poco praticata) di Restauratore.
    2) Uno dei libri più belli che abbia mai letto: Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse. Quel libro ha fortemente condizionato le mie scelte (senza che me ne accorgessi).
    In entrambe questi “fattori” c’è il persistere del tempo che interagisce con il bello (artistico e fisico) e che influisce notevolmente sulla narrazione e sulla lettura di una storia, di un testo, di un quadro.
    Per ora mi fermo qui, ma credo che a breve lavorerò su questa relazione che mi hai “lanciato” su un piatto d’argento. Non subito, poiché le mie riflessioni sono così: relazioni che stanno lì a decantare e che devono essere tessute per bene, altrimenti non hanno senso.
    Ora mi fermo, davvero!
    Ti auguro di trascorrere una buona serata 😀
    A presto, se non ti ho annoiato!

    1. Assolutamente non mi hai annoiato, questo è un argomento che mi appassiona, di cui parlerei e ascolterei per ore!
      Sono felice di averti fornito uno spunto, anche tu con i tuoi articoli e commenti mi stai dando degli input su cui riflettere. Come te, lascio a decantare, prendendomi l’impegno di leggere Narciso e Boccadoro e aspettando paziente il frutto della tua tessitura.
      Non temere gli stimoli che ti arrivano e arriveranno dall’esterno e che in qualche modo influiranno sul tuo percorso, vedrai che con il tempo imparerai a gestirli serenamente; forse non potrai più farne a meno, chissà. E guarda che per chi legge la cosa è reciproca: tu stesso stimoli il lettore e lo induci ad un lavoro interiore mica da poco, visti gli argomenti su cui rifletti e la maniera – garbata, aperta, cristallina – in cui lo fai.
      Seguirò con grande piacere il tuo percorso, almeno la parte che vorrai condividere.
      Buona notte, PaGiuse 🙂

      1. Mi onori davvero Giuliana, non credevo di fare tutte queste cose 😀
        Un po’ ci speravo, ma onestamente non credevo di esserci riuscito (e comunque credo di doverci lavorare parecchio!) 🙂
        Di sicuro, finché posso, condivido tutto quanto, anzi ti rimando al post che pubblicherò martedì e sarei lieto che tu lasciassi una traccia anche lì (ci conto, davvero!) 😀
        Ti auguro una buona notte 🙂

  6. Caro Pagiuse, innanzitutto complimenti per le profonde riflessioni, condivise sull’argomento “anche le pietre parlano”.Voglio anch’io lasciare una mia considerazione. Di fatti in vari anni ho fatto tanti viaggi, in ognuno dei quali, sono venuto in contatto, con civiltà, antiche e meno, ognuna delle quali mi lascia fortemente influenzato. Penso ai viaggi in Messico, Giamaica,Turchia, in Spagna, in Germania, Grecia ma soprattuto in Italia, laddove in un ultima visita a Recanati, sono venuto a contatto con l’ambiente che ha visto la formazione tra “le sudate carte”, di Giacomo Leopardi, i suoi scritti, i suoi trattati, i luoghi ispiratori dei suoi personaggi, i suoi disegni, le stanze, rivestite di legno, nei quali vi era spesa l’intera fortuna della sua famiglia, fin anche la licenza elementare con i relativi argomenti trattati. Penso alla casa di Maria, vista a Loreto, ricostruita pietra su pietra dai crociati, e presentata i in Turchia pochi anni prima….Arrivando alla visita del sottosuolo della mia città, distrutta ed umiliata più volte dall’impatto del Vesuvio, che inesorabilmente, trascinava via secoli di storia. Ebbene si, condivido che le pietre parlano, in quanto in esse è racchiuso il DNA della contemporaneità, in mancanza delle quali, oggi non avremo alcuna eredità intellettiva. L’odore del legno, la polvere nella quale cade una colonna, la facciata di un tempio, un lastricato, un palazzo, emanano energie particolari, con le quali e’ facile immergersi nei pensieri, immaginando movenze, discorsi, decisioni… che hanno influenzato la storia. Un ultimo pensiero alla tecnica del Frottage, per il quale, faccio un collegamento diretto con il mio animo, foglio ruvido, sul quale la matita, e’ rappresentata da un evento, una evoluzione, un fatto di suo, che imprime il suo segno, influenzandone poi atteggiamenti, delineando un movimento, che mi piace pensare diverso, per ogni sito, culturalmente interessante.

    1. Gentile Marco,
      benvenuto nel blog! Spero di ricevere altre tue considerazioni, che devo dire la verità si mostrano più profonde del post che ho scritto 😀
      Da quello che scrivi non solo si evince il profondo legame con il tuo, anzi nostro, territorio (abitiamo entrambi alle pendici del Vesuvio), ma è palese una profonda sensibilità che porta a vivere in maniera simbiotica con le varie realtà che hai conosciuto, visto, esplorato.
      Inoltre il tuo Frottage si presta al dinamismo, all’evoluzione, al divenire con cui trascorri ogni momento della tua vita, non lasciando mai nulla al caso.
      Ti ringrazio per i complimenti e soprattutto per la significativa traccia che hai solcato!
      Spero di ritrovarti spesso tra la pagine del blog 😉
      Un caro saluto e buona serata!

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