Comunicare il Punto di Vista.

Devo ammettere che questo post (quello che state leggendo proprio adesso) doveva essere sviluppato in maniera completamente diversa da come era stato concepito inizialmente: doveva presentare un altro titolo e soprattutto doveva concentrarsi su un’altra tematica, più inerente agli argomenti trattati fino ad ora nel blog. Poi nella giornata di domenica, ho avuto una piacevole conversazione con Roberta Zanella davvero molto stimolante, che ad un certo punto ha investito una tematica a me cara: quella dei punti di vista. Non c’è voluto molto affinché rivalutassi totalmente l’elaborazione del contenuto che ho deciso di pubblicare oggi.

Nessuna “crisi d’identità” in vista, anzi come sempre non perderò occasione di inserire un dipinto che troverete lungo la lettura del post. Quello che cerco di dire, anzi di scrivere, è che ho spostato il centro della riflessione su un altro argomento e userò questo post non a scopo “divulgativo” ma a scopo “illustrativo”: esporrò il mio punto di vista.

Il punto di vista, suggestionato.

Tutto nasce da una gita fuori porta con la famiglia, realizzata in un sabato di fine agosto. Uno di quegli avvenimenti che con il tempo, anzi con il poco tempo a disposizione, si diradano sempre di più.

Ci recammo in una zona di montagna in quel dell’avellinese, ricca di castagni e la cosa che mi colpì a livello visivo fu un’immagine che non avevo mai visto prima; il terreno era “invaso” da tanti ricci caduti dagli alberi di castagno. Fin qui tutto normale: con l’approssimarsi dell’autunno è normale vedere tanti batuffoli acuminati disseminati un po’ ovunque. Ma a suggestionarmi non furono i ricci in sé, quanto la loro colorazione.

Erano tutti di colore verde, una visione per me del tutto nuova. Certo per chi è abituato alla campagna/montagna, la cosa può apparire scontata, ma per un animale di città quale sono, quella visione mi ha completamente affascinato, poiché la “semplice” colorazione verde ha cambiato per sempre la mia percezione dell’elemento castagna: in sostanza il mio punto di vista ne è risultato mutato. Questo “senso di novità” è stato accentuato anche dal tipo di visione convenzionale/didattica, che ha abituato la mia mente a pensare al riccio del castagno come ad  “un’entità” di colore giallo/bruno.

Ma il senso di novità da solo non basta: dovevo giustificarlo in qualche modo e renderlo interessante, poiché comunicare semplicemente di aver visto dei ricci verdi, per quanto possa apparire singolare, non avrebbe trasferito la stessa suggestione ricavata; avevo dunque necessità di legittimare questo mio punto di vista.

Il punto di vista, legittimato.

Pubertà, dal mio punto di vista.

Pubertà, dal mio punto di vista.

Per legittimare questa mia nuova suggestione, ho provveduto a mettere in atto un processo di associazione mentale che ha ricondotto questa mia esperienza visiva ad una mia esperienza vissuta. Il colore verde del riccio riconduce ad un suo status e cioè l’acerbità: un involucro acerbo, che conserva un frutto per nulla pronto ad essere consumato, disperso nella vastità di un terreno arido (almeno nella zona immortalata nella foto). Uno status riconducibile ad una fase precisa della vita di un individuo, corrispondente al periodo adolescenziale e, in maniera più specifica, alla fase della pubertà; una fase di scoperta e timore al contempo.

Il proprio corpo, la propria sessualità che cominciano a svilupparsi in un involucro non ancora pronto a questo cambiamento biologico e mentale, preso da un senso di smarrimento e colto alla sprovvista da questo passaggio vitale totalmente inaspettato. Una fase di forte scompenso emotivo, insomma.

Il punto di vista, empirico.

Effettuata questa prima associazione mentale, mi sforzo di trovare un ulteriore riscontro attraverso quella che definisco la mia esperienza intellettuale: vale a dire che cerco di trovare una corrispondenza scavando in quello che è stato il mio percorso formativo, sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista professionale. Cerco quindi un pretesto per dare forza a quella che costituirà la narrazione del mio punto di vista, operando così una sorta di contestualizzazione.

Pubertà, secondo il punto di vista di Munch.

Pubertà, secondo il punto di vista di Munch.

Nel caso specifico della mia idea di pubertà, non è stato difficile trovare aiuto in una delle opere più famose di Munch; un quadro che all’epoca della sua esposizione destò molto scalpore. L’opera in questione si intitola appunto, Pubertà.

Dipingendo quest’opera il pittore norvegese espresse tutto il suo disagio nel vivere uno dei periodi più difficili della sua vita, caratterizzato dalla morte dei suoi cari: disagio che si è tradotto attraverso il corpo acerbo di una ragazzina nuda, dove i seni sono appena accennati e il pube nascosto dalle mani. A sottolineare ulteriormente questo senso di disagio ci pensa l’atmosfera dell’intero dipinto, fredda e cupa, in cui prevale un certo tono verdastro.

Un urlo soffocato quello di Munch che ci comunica una cosa molto semplice: non era pronto ad affrontare le situazioni tragiche che la vita gli riservò. Prima di tutte le interpretazioni estetico/filosofiche, questo dipinto fa emergere il punto di vista del pittore, che ha vissuto in maniera drammatica la sua fase adolescenziale.

Il punto di vista, distinto.

Il punto di vista di Munch sul tema adolescenziale, è dunque utile a rafforzare anche il mio punto di vista: operando questa contestualizzazione, il punto di vista si distingue, diventa unico, cosicché anche il semplice riccio di un castagno, può fornire spunti per narrazioni interessanti. Inoltre il fruitore dell’informazione/suggestione, è spinto alla riflessione e a legittimare il suo punto di vista affrontando un tema a lui familiare.

Il punto di vista, esternato.

Perché esternare il proprio punto di vista? Personalmente sono mosso dalla necessità di voler condividere tutto quello che percepisco come nuovo o che in un certo qual modo mi emoziona e, in effetti con l’avvento del web si capisce che questa esigenza è avvertita un po’ da tutti. Ognuno di noi stabilisce i metodi ed i parametri per farlo e, per quanto mi riguarda, cerco di soddisfare questa mia esigenza attraverso due sistemi: le parole parlate, che veicolo con l’aria (a volte parlo così tanto da perdere il filo del discorso) e le parole scritte, che veicolo attraverso il canale del web, (dove cerco di contenermi).

Conclusioni, secondo il mio punto di vista.

La condivisione del mio punto di vista, mi consente dunque di socializzare e rendere il mio interlocutore non solo partecipe di una mia riflessione, ma anche attivo nel formularla, generando così una sorta di benessere culturale in cui ognuno è libero di pensare ed esprimere il suo punto di vista, partendo da elementi concreti i quali conferiscono una consistenza fisica alle riflessioni. Vale a dire che si innesca una sana conversazione.

Conclusioni, secondo il vostro punto di vista.

In che modo dunque preferireste esternare il vostro punto di vista e con che mezzi?

Avete mai pensato di contestualizzarlo o rafforzarlo sviluppando una sorta di narrazione?

Le conclusioni di questo post, spettano a voi lettori.

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4 comments

  1. Bella l’idea della contestualizzazione del punto di visto. E anche verginità riferito alla castagna nel riccio.

    Magari ci provo riferendomi alla scrittura, alla narrativa o al blogging, vediamo che esce fuori.

    Io spesso scrivo posr riflessivi, ma non so se è questo che intendi e se realmente in quel modo stia espondendo il mio punto di vista.

  2. Ciao Daniele, grazie!
    Guarda non vedo l’ora di leggere le tue riflessioni!
    L’argomento è abbastanza “spinoso” per restare in tema di ricci 🙂

    Il problema che pongo e che mi pongo è questo: come fai a rendere la tua riflessione interessante? Che metodo usi per darle corpo e trasformarla da riflessione (astratta) a lettura (concreta)?

    Probabilmente in questo post non ho affrontato il “problema” di petto, per cui credo che dovrò continuare a lavorarci su, ma è un inizio.

    Vediamo nel corso del tempo cosa ne esce fuori da questo stimolante confronto.

    A presto! 🙂

  3. Ma che viaggi ti fai? 😛

    Scherzi a parte… Io purtroppo o per fortuna non sono abiutato a questo modo di processare le informazioni perché ne sono assuefatto… La mia curiosità, e gli studi che affrontato, da una parte mi portano a voler approfondire sempre di più e dall’altra a contestualizzare ciò che osservo in funzione di tutte le variabili che colgo quindi non riesco creare una narrazione perché percepisco, spesso, la narrazione.
    Un esempio sono le “litigate” che ho frequentemente con i miei amici perché io percepisco una realtà completamente differente dalla loro (spesso accade quando si affrontano temi delicati quali le differenze tra le persone) e arrivano poi ad accusarmi di essere cinico, perbenista, non schierato e, la peggiore (secondo loro), di essere Sociologo.

    1. Ciao Marco!
      Effettivamente sono partito alla lontana… forse anche troppo.
      Ad ogni modo l’osservazione che fai è davvero molto interessante, poiché il fatto stesso che tu percepisca la narrazione, più che ricercarla è un carattere distintivo della tua personalità, oserei dire, professionale. Ho un amico antropologo che ragiona sulla base dei termini che tu hai illustrato, quindi ben venga “l’etichetta del Sociologo”, da questo punto di vista.
      Mi piace molto quando scrivi che sei assuefatto dalle informazioni… Ci ragionerò un po’ su questa cosa, poiché mi sta facendo riflettere su alcune cose.
      Ti ringrazio sempre per i tuoi interventi, davvero preziosi!
      A presto Marco 🙂

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